bel pezzo
On Air: Teardrop Explodes, Kilimanjaro.
La vicenda dei taxisti, così come quella degli autotrasportatori in Sicilia, è inaccettabile nella forma, oltre a mettere a dura prova la capacità politica di questo governo tecnico e di sopportazione dei comuni cittadini. Ma il blitz a Cortina ci aveva illusi di un governo assai simile a quel personaggio comparso per la prima volta nel Piers Plowman di William Langland: “I know rimes of Robin Hood”. Di un uomo che avesse imparato a la difficile arte del comunicare a fatti invece che solo a parole. Ci illudevamo, invece. Come sempre del resto. Anche l’uomo-Monti, l’uomo-nuovo, si è inventato un gesto di sicura presa mediatica natalizia per mostrare agli italiani, tutti gli italiani, che “anche i furbi pagano”. Ma poi sono sempre e solo alcuni (sempre gli stessi, almeno in apparenza) a dover “pagare” più degli altri (sempre gli stessi, almeno in apparenza).
Questo non giustifica le proteste inscenate in questi giorni. Il trasporto pubblico, anche quello dei taxi, non è una frivola comodità: è spesso uno strumento indispensabile per chi deve muovere per ragioni di lavoro. E’ per questo, non per altro, che il diritto di protesta nei servizi pubblici e sottoposto a norme e regolamenti che obbligano a comunicare per tempo i giorni del blocco e dell’eventuale disagio. Non comunicarli, vuol dire soltanto colpire altri “poveri cristi” che, all’autista Ambrogio di turno, devo sostituire il più comune taxista Cornelio176. I giorni invece in Sicilia erano stati anticipatamente comunicati e ignorati; tanto che il blocco dei camion ha piegato un’intera regione (benzinai, negozi e supermercati vuoti per giorni), piuttosto che comunicare alla Nazione una serie di giuste problematiche. Del resto, solo qualche Tg e qualche quotidiano gli ha dato ampio spazio (e non prima del terzo giorno di protesta), impegnati come erano a votare da 1 a 10 quanto Francesco Schettino sia “un’emerita testa di cazzo”: ogni riferimento all’excamotage mediatico di Alfredo Rampi nell’estate del 1981 è puramente casuale, si capisce.
Detto questo, è sbagliato condannare in qualunque altro modo queste proteste e quante altre ne verranno sicuramente nei giorni a venire su molti fronti, senza capire almeno da cosa nascono e cosa nascondono.
Da cosa nascono? Dal fatto che, da sempre, si spera che chi svolge un ruolo di comando (ampiamente inteso: dal dirigente scolastico al capo di governo passando per il direttore di banca e il cordinatore redazionale o qualsiasi altro individuo decida di porsi fantozianamente nei confronti di un altro come Direttore Naturale Gran Mascalzon Lup Man Pezz di Merd…) abbia la sapienza di mettere in atto quel criterio di equità che, insieme alla meritocrazia, al rigore e allo sviluppo, più volte ripete quando nei discorsi cerca di raggiungere tutti i livelli di affabulazione. Purtroppo poi non è mai così. Dai rincari bimestrali sul costo dei carburanti, all’ipotesi di liberalizzazione delle licenze; fino ad arrivare giù giù agli almeno cento giornali a rischio-chiusura entro la fine del 2012 alla faccia del tanto sbandierato pluralismo, o che saranno costretti per forza di cose a defenestrare (anche in malo modo: preferendo alla meritocrazia l’amicizia, alle qualità la firma nota) articolisti e pubblicisti che per anni interi hanno provato a fare cultura e controcultura, informazione e controinformazione, in questa Italietatta che mestamente affonda.
Cosa nascondono? Qui il discorso si fa più complesso, perchè iniziando dai piccoli servizi anzichè dai grossi, dalla cultura anzichè dall’intrattenimento (il culo di Belen varrà ancora meno di un violoncellista de La Scala o di un’editorialista dell’Espresso?), chi ha un ruolo di comando (ampiamente inteso…) darebbe la reale impressione di colpire, non dove è più giusto, ma dove è più facile. Perchè iniziare sempre dai teatri, dagli artisti, dai tassisti, dagli insegnanti, dagli autotrasportatori e mai dal gas, dai politici e dalle banche? Ovviamente con un discorso simile si rischia di passare per illusi idealisti, ma come ha detto qualcuno di cui non ricordo il nome: “Con tutto il rispetto per le licenze dei taxi e i tagli alla scuola, il loro rilievo economico e sociale non è nemmeno paragonabile a quello di altri settori”. Quali? Li conosciamo già tutti.
Dietro le proteste dei taxisti, degli autotrasportatori, dei giornalisti di quanti ne si aggiungeranno nei prossimi giorni, dunque, non l’insostenibile corporativismo di una categoria piuttosto che di un’altra, del bene di pochi esaltati contro tutti: c’è anche il dubbio che chi muove i fili li stia ancora muovendo senza dimostrare un indispensabile senso di giustizia ed equità. E ovviamente, come sempre accade e accadrà nel corso di ogni storia, due cose storte non ne fanno una dritta. Se quindi chi risiede ai piani più alti decide di colpire dal basso perchè in alto ci sta lui (o chi a lui è vicino), scatenerà una devastante osmosi in tutti quelli che sotto di lui risiedono e si sentiranno legittimati a fare altrettanto, se non peggio. Clientelismi, nepotismi, raccomandazioni, contratti al limite della legalità o al di sotto di questa, cassaintegrazioni, sfruttamento, mediocrità, arrivismo e pecoronismo come skills essenziali per sopravvivere al mondo del lavoro. Tutta quante parole che, nel 2012, speravamo non servissero i Maya per non sentire più.