Arte1misia: proviamolo! Let me try it!

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So what do I do here? I Re/blogging my favorite photos, sharing stuff with followers, tagging, and more of those in that way I take a break :-)

I am enjoying myself, having a good time on tumblr because you don't die to know if someone is reading me. It's interactive but not all that much. Fair enought. I'm a bit asocial too!



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ovvero che faccio qui? Beh, salvo e ribloggo le mie foto preferite, le condivido con chi mi segue, aggiungo la tag e mi rilasso
:P
Nell'attesa su tumblr mi diverto forse perchè non è un blog in cui senti il muschio crescere prima di sapere che c'è qualcuno che ti legge! E' interattivo MA non troppo. Il giusto! Perchè un minimo asociale lo sono!
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Un altro luogo comune è che in un social network le persone possono spacciarsi per quello che non sono, raccontare un sacco di bugie e plagiare così le giovani menti. Ora, a parte il fatto che questa mi sembra una perfetta definizione di prete, è ovvio che se si pretende di capire una persona sentendola parlare, allora la si può capire anche vedendola scrivere.

LABELS are for CLOTHES

paneliquido:

Benvenuti in Germania Est

Certo che Libero farebbe venire il senso di colpa pure a Cappuccetto rosso per essere stata mangiata dal lupo… O.o

(…)Si può. Basterebbe dire che leggere, un atto normale di persone normali in posti normali, è un modo per uscire dalla realtà e aprire porte verso mondi fantastici. Che i lettori sono una comunità che condivide storie che generano altre storie. Che chi legge sa esprimersi meglio, e con parole che toccano il cuore. Basterebbe proporre un sito consistente (eccone uno americano e uno inglese) sulla lettura. O un concorso per incoraggiare gli adulti a leggere ai bambini: se sai raccontare una barzelletta in un pub, tu sai leggere un libro a un bambino (ecco il delizioso video vincitore). Basterebbe aiutare i bambini piccoli a inventare storie, come fa il recentissimo sito Penguin. O dare il buon esempio. Basterebbe rileggere Rodari. O i Dieci diritti del lettore di Pennac. Perfino dare un’occhiata ad aNobii. Ma no: viene il sospetto che chi ha avuto per le mani la campagna sia non troppo dissimile, in quanto a dimestichezza coi libri, da questa signorina. leggi tutto (e guarda i video) qui: http://www.nuovoeutile.it/ita_leggere_e_tutta_un_altra_storia.html

aitan:

[…] Leggere libri è interessante, emozionante, utile, divertente, magico. È un gesto creativo: vuol dire ri-creare mondi, viaggiare col pensiero e vivere mille vite. Scoprire. Perdersi e ritrovarsi. Capire. Moltiplicare i secondi e far passare le ore in un lampo. Vuol dire volersi bene. E mille altre cose. Vuol dire entrare nella mente dell’imperatore Adriano e nel cuore di un serial killer o di una dama libertina del ‘700, viaggiare ai confini della galassia, passare attraverso uno specchio, essere una spia ai tempi della Guerra Fredda, un monaco medievale, un pirata, un samurai o una geisha. Vuol dire trovare un’orma su un’isola deserta. Costruire una cattedrale. E vuol dire chiacchierare con gli scienziati e i filosofi, sapere come funziona una società umana o il pianeta, scoprire di che cosa siamo fatti: di DNA, o di carbonio, o di psiche e anima, o di ricordi?
Eppure sembra che le campagne italiane per la lettura siano non tanto pensate per i non lettori quanto commissionate da non lettori, che non hanno la più pallida idea di che cosa sia la passione di leggere. E di come la si può suscitare.
Non lo dico da pubblicitaria. Lo dico, prima di tutto, da lettrice.

(via Nuovo e Utile - Teorie e pratiche della creatività)

Ecco, si e anche altro…un rapporto con qualcuno che non conosciamo ma che impariamo a capire…intimo e distante…

I non lettori sono visti sempre come trogloditi, minus habens…che uno può pensare e chi se frega di te lettore spocchioso??? Pure io una volta provavo un certo senso di sufficienza misto a compassione per chi non legge…

trucks-go-broom:

CLICK IF YOU LOVE GRUNGE

MOANday, TONGUEday, WETday, THIRSTday, FREAKday, SEXday, SUCKday
ahahahah!

trucks-go-broom:

CLICK IF YOU LOVE GRUNGE

MOANday, TONGUEday, WETday, THIRSTday, FREAKday, SEXday, SUCKday

ahahahah!

(via falcemartello)

Insomma questo blog di Lucy anzi Ero Lucy Van Pelt mi piace.  Mi racconta bene. ^ ^

e questa è una sua amica Nina

Houston potremmo avere un problema

Come già anticipato, voglio segnare con la penna rossa gli strafalcioni grammaticali in lingua straniera che più mi irritano.

Il peggiore di tutti, quello che più mi ricorda le unghie sulla lavagna o il gesso che stride, è La recepsion. Non ce la posso fare, è più forte di me.

I viuster. Perchè non si riesce a dire v i u r s t e l? Vi si arrotola la lingua? E’ quel problema genetico che impedisce anche di piegarla da un lato? Non potreste al limite dire viusteL? Che poi a Roma è anche peggio, diventano I iiusse.

Abbigliamento. Ora per fortuna gli hanno cambiato nome e con leggins non ci si può sbagliare. Ma quando si chiamavano fuseaux si leggeva sempre fusò. E paillettes non c’è storia, si sbaglia sempre. Paiéts. Paillets. Paiè. AAARGH!!!

Get service
Prendili e usali

(I hope that’s not another holy man that sells serendipity to the world… although the message is good ;-) I reckon

sperando che non sia del solito santone che ti vende la felicità…il messaggio comunque + ok, secondo me)

Ma non c’era uno dei Beautiful o di altre serie infinite che si chiamava Torn??

no perchè oggi ho guardato cosa vuol dire: strappo, smagliatura… :-)))

ma nn gli veniva da ridere a quegli altri a recitare rivolgendosi a …Smagliatura??? :P

È il momento più difficile della storia quarantennale del manifesto. Chi ci segue sa che l’allarme l’avevamo lanciato da tempo. Che non era un «al lupo, al lupo» né una delle infinite crisi che con l’aiuto di decine di migliaia di sostenitori siamo riusciti a superare dal 1971 a oggi. Il ministero per lo sviluppo economico ha ufficialmente avviato la procedura di liquidazione coatta amministrativa della cooperativa editrice del manifesto. Ma il giornale resta in edicola e rilancia. Perché non è finita finché non è finita. Questa procedura particolare - alternativa alla liquidazione volontaria - cautela la cooperativa da eventuali rischi di fallimento. E’ una procedura estrema, riservata a soggetti per loro natura fragili come le cooperative, che non hanno «padroni» che ogni anno ripianino i debiti o raccolgano i profitti. Da oggi il manifesto entra in una terra sconosciuta. I casi di cooperative editoriali che hanno attraversato questa procedura sono rarissimi, forse è addirittura un inedito. Una delle tante «prime volte» che il manifesto, giornale quotidiano e forma originale della politica, ha sperimentato sulla sua pelle nei suoi primi 40 anni. I dettagli «tecnici» di quello che accadrà li daremo oggi in una conferenza stampa (alle 14 qui in redazione, via Angelo Bargoni 8, Roma). Per adesso però non sono la cosa più importante. Banalmente: oggi il manifesto spende più di quanto incassa. E’ una debolezza cronica e strutturale, aggravata dal taglio drastico e retroattivo dei contributi pubblici per l’editoria non profit. Il manifesto ha lanciato sottoscrizioni e campagne di sostegno ancora prima di nascere. Non è «piagnisteo»: è nel suo Dna. Senza non potrebbe vivere. E’ un’impresa comune costruita senza padroni. Né occulti né palesi. I «padroni» del manifesto sono chi ci lavora e chi lo legge. Per questo stavolta alla procedura indicata dal ministero non potevamo più opporci. Dal 2008 cala la pubblicità, le vendite vanno e vengono (incoraggianti a novembre e dicembre, in lieve calo a gennaio) e senza il contributo pubblico (che era previsto) il bilancio del 2011 non si può chiudere. E’ l’aritmetica perversa dei fondi editoria, che vengono erogati nel 2012 come rimborso del 2011. Nonostante le promesse di intervento fatte dal presidente del consiglio Mario Monti e l’esplicita richiesta in tal senso del presidente della Repubblica, a oggi nessuna soluzione è stata trovata. Restiamo noi e voi. Siamo la stessa cosa, ma noi abbiamo il dovere di spiegarvi quello che abbiamo fatto. Sul manifesto circolano moltissime leggende metropolitane e qualche lacrima di coccodrillo. Sono tempi brutali per tutti e non c’è da stupirsi. Però sfatiamo alcuni luoghi comuni. I sacrifici che abbiamo fatto in questi anni sono senza precedenti. Abbiamo ridotto tiratura e distribuzione all’osso (p.s. le edicole sono 30mila e più di tanto non si può tagliare, già adesso il giornale si trova poco e male). Siamo l’unico quotidiano nazionale non full color: questo ci fa risparmiare in tipografia ma ci rende meno appetibili per la pubblicità. Di recente abbiamo aumentato il prezzo, ridotto la foliazione e portato Alias e la TalpaLibri dentro il quotidiano. In questi anni durissimi abbiamo messo a punto tutto. Siamo in ristrutturazione industriale più o meno dal 2006 e il sacrificio più grande lo stanno facendo soprattutto i lavoratori (che sono anche gli editori di se stessi). Parlano i bilanci. Nel 2006 il manifesto aveva 107 dipendenti. A febbraio sono 74 (52 giornalisti e 22 poligrafici). Di questi 74, però, la metà è in cassa integrazione a rotazione. Per cui il giornale che leggete (dal 2010 a oggi) è fatto, materialmente, da circa 35 persone. Troppe? Troppo poche? Scarse? Brave? In numeri: dal 2006 al 2010 il costo del lavoro è diminuito del 26%, con un risparmio annuo di 1,1 milioni di euro. Nel triennio 2008-2010 i costi industriali si sono ridotti di 2 milioni e mezzo. I costi generali del 20 per cento. E visto che parliamo di soldi e di mercato, tra noi tutti riceviamo più o meno lo stesso salario, dalla direttrice alla centralinista: circa 1.300 euro netti al mese. Il manifesto però è innanzitutto un progetto politico. Questo giornale può migliorare e cambiare molto ma non può mutare natura. Non potrebbe esistere senza il contributo di chi, da anni, lavora e scrive gratuitamente, dai fondatori al più giovane dei collaboratori. Più che ai nostri stipendi (che pure contano e non arrivano) il primo pensiero di ogni giorno è il nostro/vostro giornale. Da oggi lo sarà ancora di più. LEGGI le lettere sulla nostra crisi

The basis of a healthy and communicative relationship, Ben Kassoy writes, is touch

On any given Monday, I may clumsily wrestle with a hairy, heavily tattooed Australian tourist. I may sit in the arms of an elderly woman and close my eyes as she strokes my hair. I may squat on all fours while a mentally retarded girl stands on my back.

Mondays are my night for contact improvisation, a dance form based, most simply, on touch. Completely non-choreographed, partners in twos, threes, or larger groups explore shared weight, momentum, and balance while maintaining a point of contact. Each dance is a different experience: I’ve been twirled upside-down by a professional ballet dancer. I’ve been tickled nearly to death by a grad student. I’ve been tackled by a neurologist.

Contact improv “jams,” as they’re called, appear chaotic and disorganized, mostly because they are. Unlike most dance forms, contact (for short) is often practiced but rarely performed. It’s less about look and more about feel, less about the dance’s aesthetic and more about the dancers’ experience.

Though a lifelong dancer, I’m a beginner at contact. Physically, it’s been a challenge exploring new and often uncomfortable sensibilities of movement, balance, and awareness. More significantly, though, I’ve begun considering—and reconsidering—the social significance of touch not only for me as a dancer but, in a broader sense, for me as a man.

♦◊♦

At birth, from a doctor’s hands into our mother’s, all people are welcomed into a world of touch. But despite its universality, touch carries varying implications depending on culture, geography, and circumstance. Studies have shown the French touching each other 110 times in on hour. Meanwhile, in the same period of time, their British counterparts managed zero physical contact. Parents and chaperones practically encouraged cross-gender canoodling at my Jewish youth group conventions. Strictly observant Jews, on the other hand, won’t lay a pinky on the opposite gender until marriage.

Touch also serves a wide array of purposes for each of us every day, whether functional, friendly, or romantic. And yet, for men, much of our touch—or lack thereof—is often misinterpreted or misunderstood, resulting from and reinforcing stereotypes towards our gender.

Thanks to sexual deviants in the public spotlight (Herman Cain and Jerry Sandusky, for recent examples), men are labeled “pigs,” dehumanized as voracious predators with an insatiable sexual appetite. Minds in gutters, hands in pants, supposedly craving sex on a second-to-second basis, male touch—even in its most benign forms—is often imbued with sexual intention.

On the other extreme, physical expression somehow makes men less “masculine.” Ever seen two guys hug? Take note of the tentative embrace and aggressive back-slapping marinated with general awkwardness. For whatever reason, guys aren’t supposed to be tender or intimate or communicative, so we eschew physical expression, even with those closest to us.

These polarized views of male touch correlate with and reinforce prevailing ideas about our gender: that men are hypersexual and/or emotionally distant. The conflicting implications yet undeniably negative connotations of male touch—or lack thereof—make it difficult for men to navigate the physical world. We’re constrained by vague yet stringent social boundaries and often struggle to achieve the delicate balance of what is appropriate and what is “manly.”

That said, it’s up to us—loving fathers, husbands, sons, brothers; caring friends; responsible citizens—to redefine expectations of male touch that both foster healthier relationships and combat assumptions about males in general.

♦◊♦

My experience in contact improv has provided a forum in which to explore touch outside our rigid cultural confinements. Contact grants permission to experience touch in a different register, to re-imagine touch as a means of connecting with those around us.

Whether with a man or woman, a close friend or complete stranger, playful or aggressive, dynamic or subtle, each contact dance is a unique, organic exchange between partners. While most of our daily physical interactions chiefly emphasize adhering to social guidelines, a contact dance instead focuses on mutual communication, empathy, and trust.

We may drag one another by the ankles or sit back-to-back in silence or end up in a heap, laughing on the floor. Without words, we engage in a nonverbal dialogue, silently internalizing the feelings and responding to the needs of the other. We react accordingly. We listen and express, provide and receive. It’s no surprise I leave a jam feeling satisfied, fulfilled, and appreciated.

While the apparent anarchy in contact improvisation is unrealistic and unsustainable outside of a jam, men can apply the principles of the dance to our relationships and our lives. Beyond serving as a boon to us as individuals, establishing an example of expressive, effective touch serves to counteract pervading generalizations about all males.

Actions, as we know, speak louder than words—which is great, especially if words aren’t your thing. You’re not a great orator or eloquent poet, but you’d probably rate yourself an above-average hugger. (Others will agree.)

Our world of germophobia, hypersensitivity, and dependence on cyber socialization makes it more difficult to engage with others on the most basic level (as a means of communication, touch, after all, predated language). And while the Internet keeps us constantly “connected,” our physical selves are the only means by which we remain literally in touch.

For better or for worse, males still carry the dual power and burden of dictating most social interactions, especially on a physical level. Differences in culture, values, and circumstance will determine how and when each individual uses touch, but all men have a responsibility: an important step to fostering communicative and healthy relationships truly is in our hands.


soggettismarriti:

È solo che non ne hanno voglia. E finché non scopriranno la rotella del mouse tumblr è al sicuro.

Metto l’articolo completo. Interessante!

E’ il risultato di una ricerca dell’ateneo parmigiano del team di Leonardo Fogassi e Pier Francesco Ferrari. Clamore nella comunità scientifica internazionale. Gli scienziati: “Punto di rottura nella teoria del linguaggio”

Il “Pianeta della scimmie” - celebre film di fantascienza - non centra nulla. Che le scimmie siano in grado di parlare, o meglio di poter “vocalizzare”, lo rivela una ricerca - pubblicata sulla rivista Plos One - condotta da un pool di scienziati, guidato da Leonardo Fogassi e Pier Francesco Ferrari, rispettivamente dei dipartimenti di Psicologia e di Biologia evolutiva dell’università di Parma. Il team è stato in grado di dimostrare che nella corteccia premotoria del macaco - la parte del cervello che controlla i movimenti volontari del corpo - analoga a quella di Broca dell’uomo (quella cioè coinvolta nel controllo della voce), si trovano neuroni che si attivano in modo specifico durante la vocalizzazione della scimmia.
“Uno studio lungo e difficoltoso” spiega il ricercatore canadese Gino Coudè, che da anni segue la ricerca nel dipartimento di Neuroscienze dell’ateneo. “Le vocalizzazioni delle scimmie sono di natura emozionale, cioè le emettono quando sono in una situazione di stress e pericolo o quando sono particolarmente eccitate, ad esempio alla presenza di cibo. Noi abbiamo sfruttato questa loro tendenza spontanea e abbiamo incentivato, tramite del cibo, a emettere alcune di queste vocalizzazioni. Dopo alcuni mesi le scimmie dimostravano di essere in grado di avere un controllo, seppur parziale, della vocalizzazione”.

Da qui è partita l’indagine condotta dai ricercatori Rozzi, Maranesi, Rodà, Borelli, Veroni e Monti. I neuroni scoperti da Gino Coudè e dai suoi collaboratori si attivavano in maniera specifica quando la scimmia emetteva delle vocalizzazioni, che tecnicamente si chiamano “coo-calls”, e che vengono emesse normalmente in presenza di cibo. Tuttavia gli stessi neuroni non si attivavano per simili vocalizzazioni quando associate ad emozioni. Lo studio si è dimostrato particolarmente complesso e ha suscitato reazioni spesso contrastanti tra esperti che hanno avuto modo di visionare i risultati. Alcuni commenti di noti linguisti e studiosi del linguaggio sono già apparsi sui siti stranieri. 

In passato altri studi avevano dimostrato che il linguaggio umano e la fonazione sono completamente diversi dalle vocalizzazioni dei nostri cugini scimmieschi. Secondo la visione tradizionale il linguaggio umano si è evoluto attraverso un percorso non meglio definito in cui, a un certo punto dell’evoluzione, alcuni nostri antenati hanno avuto un vantaggio nel comunicare e controllare in maniera volontaria i gesti e le vocalizzazioni. Tuttavia gli studi sul cervello ci hanno sempre detto che le scimmie sono in grado di emettere dei suoni solo grazie a strutture profonde del cervello. Le strutture che controllano le emozioni.

UNA RIVOLUZIONE
- Pier Francesco Ferrari: “Questo studio rappresenta un punto di rottura con la visione teorica dell’evoluzione del linguaggio, e ci permette di capire come già nei nostri cugini, da cui ci siamo separati alcuni milioni di anni fa, le strutture neurali della corteccia cerebrale deputate al controllo della faccia e della laringe abbiano un ruolo nel controllare la fonazione, sebbene non così importante come nell’uomo”. Quest’area del cervello è stata ampiamente studiata dal gruppo di Parma, e già in passato proprio in questa parte erano stati scoperti i neuroni specchio (LEGGI). Alcuni dei neuroni specchio studiati in precedenza rispondevano ai gesti comunicativi, suggerendo quindi che questa sezione del cervello fosse già predisposta a diventare un’area non solo per il controllo dei movimenti della bocca finalizzati all’ingestione del cibo, ma anche per quello della comunicazione gestuale e vocale. Le ricerche hanno inoltre implicazioni importanti da un punto di vista clinico. La comprensione più profonda del funzionamento di queste strutture cerebrali permetterà di capire meglio i possibili deficit neurologici che sono spesso associati a lesioni della corteccia premotoria.

(22 dicembre 2011)

(via soggetti-smarriti)

marikabortolami:

pillowbook76:

David Foster Wallace ai suoi studenti di Letteratura inglese della Illinois State University

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volergli bene, ma davvero

Grande!

(via rosescherubim)